Spazi
Ilaria Mariotti

Cosa c’era prima della fotografia, si interroga John Berger in un suo saggio raccolto, con altri, nel volumetto Sul guardare? La risposta più ovvia è la pittura, l’incisione, il disegno ma quella più illuminante sarebbe: la memoria. E continua Berger, “una foto non è una riproduzione, un’imitazione o un’interpretazione del soggetto, ma una sua traccia.” 1

Il concetto bergsoniano di tempo della coscienza che relativizza e si oppone al concetto di tempo scientifico, misurabile, insieme di molteplici simultaneità, fa sì che un attimo sarà sempre singolare perché percepito ed elaborato dall’Io, dalla sensibilità, dalla memoria, non in una dinamica successiva ma come in un gomitolo o in una valanga.
Questa relatività si estende anche al concetto di spazio, non solo misurabile e analizzabile da un punto di vista scientifico, matematico, funzionale, ma da un punto di vista di emozione e memoria.
Bene lo sapevano i frati predicatori medievali che utilizzavano gli spazi del convento per costruire mnemonicamente la sequenza delle loro prediche: ripercorrendo con la mente quei luoghi avrebbero inanellato la sequenza degli argomenti qui “riposti” 2.
Il concetto di paesaggio (culturale) è invenzione quattrocentesca 3. Per definizione il paesaggio è quella parte del territorio che si abbraccia con lo sguardo da un punto di vista determinato 4. Ma cosa succede quando il paesaggio è privo di punti di riferimento? I paesaggi assoluti li chiama Stefano Bevacqua 5: il mare, il cielo, il deserto. “Essi contengono solo se stessi”, fanno saltare le coordinate di riferimento, mettono in crisi le nostre capacità percettive perché il nostro occhio non riesce ad abbracciare l’immensità, non coglie indizi che definiscano un inizio e una fine, danno conto della loro illimitatezza e del nostro contemporaneo limite.
Non solo qui la sequenza dei luoghi di memoria sembra non funzionare, ma apparentemente non funzionano i meccanismi di percezione e memoria legati ad un preciso luogo e in un preciso momento. Perché luogo e tempo sono inafferrabili e non circoscrivibili.

Se tentassimo di nominare ciò che le fotografie di Luca Lupi – quelle qui comprese – rappresentano l’elenco si aprirebbe e chiuderebbe molto velocemente: nuvole, mare, cielo, montagne, costa, uccelli in volo, neve, alberi, saette, città, muri. Talvolta i titoli aiutano a ridefinire i confini geografici, identificare i luoghi. Ridarci il conforto del “dove”.
Ma poi, guardandole, si ha l’impressione che le questioni di tempo e di spazio si misurino non attraverso la superficie dell’immagine e la sua messa in sequenza rispetto ad un prima ed a un dopo geografico, piuttosto rispetto ad una profondità e alla tridimensionalità che costruisce spazio e tempo. E che la durata si appoggi sui molteplici particolari che vengono messi in evidenza: la spuma, la superficie vellutata delle onde, le tipologie delle nuvole, delle foglie.
La quantità dà spesso un senso di aleatorietà: gli stormi degli uccelli, i fiocchi di neve.

La sequenza talora si allarga in una messa in relazione con un prima e un dopo di cui si danno le coordinate temporali: l’immagine si stratifica in un dato tempo. Il tempo di un’onda, di una saetta. Sequenze registrabili ma inafferrabili. Tracce di accadimenti.

In una cornice (che è per prima cosa il taglio dell’immagine) nulla accade. Ma questo nulla contemporaneamente è frutto di e genera memoria in virtù di un’ambiguità di fondo: essa può riguardare il tempo dell’accadimento, lo spazio generato da eventi transitori (come la luce fa emergere spigoli e costruisce superfici), la sovrapposizione della linea di mare e di cielo, nubi che, a ben guardare, sembrano onde, onde che paiono cieli. E, per via di avvicinamenti e allontanamenti progressivi, negano concretezza a cose concrete (le città, le coste), e la attribuiscono a quelle meno concrete. Colgono case e palazzi attraverso cortine, godono della indefinitezza di paesaggi nebbiosi, rendono nitidi soggetti indefiniti proiettando le cose e gli eventi in una dimensione archetipica che rende possibile, per noi, il farli propri e attraverso di loro sperimentare tempi e spazi soggettivi.

1 John Berger, Sul guardare, Milano, Bruno Mondadori, 2003, pp 55-56

2 Frances A. Yates, Larte della memoria, Torino, Einaudi, 1972 e segg.

3 Per questa cronologia si veda Simon Schama, Paesaggio e memoria, Milano, Mondadori, 1997

4 http://www.treccani.it/enciclopedia/paesaggio/

5 Stefano Bevacqua, La luce e le cose. Per una filosofia della fotografia, Firenze, Clinamen, p. 263


What was there before photography, asks John Berger in his astute essay from Ways of Seeing? The most obvious answer is painting, engraving, drawing, and more enlightening: memory. Berger continues, “a photograph is not a rendering, an imitation or an interpretation of its subject, but actually a trace of it.” 1

The Bergsonian concept of time consciousness is relativized and opposed to the concept of scientific time, a measurable, set of multiple simultaneities, causing a moment to be always unique because it was perceived and processed by the ego, the sensitivity, from memory, not in a successive dynamic but as a clew or an avalanche.

This relativity extends also to the concept of space, not only measurable and analysable from a scientific point of view, mathematical, functional, but from a perspective of emotion and memory.

Medieval friars knew it well, using the spaces of the convent to build mnemonically the sequence of their sermons: retracing in the mind those places that would have strung together the sequence of the arguments there “responded to.” 2

The concept of (cultural) landscape is a fifteenth-century invention. 3 By definition, landscape is that part of the territory embraced by the gaze from a certain point of view. 4 But what happens when the landscape is devoid of reference points? The absolute landscapes are what Stefano Bevacqua 5 calls: the sea, the sky, the desert. “They contain only themselves”, lack points of reference, challenge our perceptual abilities since our eyes cannot embrace the immensity, there are no clues to define a beginning and an end, they reveal their own boundlessness and our contemporary limit.

Not only does the sequence of places of memory not seem to work here, but apparently the mechanisms of perception and memory related to a specific place and at a given time fail to work. Because place and time are elusive and not circumscribed.

If we attempted to name what the photographs of Luca Lupi – including those here – represent the list would begin and end quickly: clouds, sea, sky, mountains, coast, birds in flight, snow, trees, lightning, cities, walls. Sometimes the titles help to redefine the geographical boundaries, identify places. Give us the comfort of the “where”.

But then, looking at them, one has the impression that the issues of time and space are not measured through the surface of the image and its sequencing with respect to a geographical before and after, but rather in respect to a depth and to a three-dimensionality that builds space and time. And that duration rests upon on the many details that are highlighted: foam, the velvety surface of the waves, types of clouds, leaves.

Quantity often gives a sense of randomness: flocks of birds, snowflakes.

The sequence sometimes turns into a comparison with a before and after to which one gives temporal coordinates: the image is layered in a given time. The time of a wave, of a bolt of lightning. Sequences adjustable but elusive. Traces of events.

In one frame (which is the first cut of the image) nothing takes place. But this nothing is at the same time the result of and creates memory by virtue of a fundamental ambiguity: it can relate to the time of the event, the space generated by transient events (light brings forth angles and builds surfaces), the overlap of sea and skyline, clouds that on closer inspection seem like waves, waves that seem like sky. And, through progressive approaches and retreats, substance is denied to concrete things (cities, coastlines), and ascribed to the less concrete. Homes and buildings are captured through curtains, there is a certain pleasure in indefinite misty landscapes, sharp subjects are undefined, objects and events are projected in an archetypal dimension affording us the experience of them and through them of subjective time and space.

1 John Berger, Sul guardare (Ways of Seeing), Milano, Bruno Mondadori, 2003, pp 55-56

2 Frances A. Yates, Larte della memoria (The Art of Memory), Torino, Einaudi, 1972 e segg.

3 Per questa cronologia si veda Simon Schama, Paesaggio e memoria (Landscape and Memory), Milano, Mondadori, 1997

4 http://www.treccani.it/enciclopedia/paesaggio/

5 Stefano Bevacqua, La luce e le cose. Per una filosofia della fotografia, Firenze, Clinamen, p. 263